How I met Your gear - Il Cabinet - ItalianGuitarTube

Oggi trattiamo un argomento importante, ma troppo spesso poco affrontato nelle discussioni inerenti al gear di un musicista: l’importanza della cassa.

La cassa è il pezzo finale dal quale esce il suono del nostro sistema audio (microfonazione e impianto a parte per chi fa live più grandi) e molto spesso viene preso meno in considerazione rispetto a una testata o a un pedale in particolare. Si spendono molti soldi per una testata eccelsa e si risparmia sulla cassa, non permettendo così alla testata ,e anche all’intero sistema, di esprimersi al meglio.

Ma come nasce una cassa e quali criteri vengono applicati nella progettazione di un simile prodotto?

Oggi abbiamo una collaborazione tecnica d’eccezione: ringraziamo Lorenzo e Claudio di Giniski. Sono le menti dietro il famosissimo marchio di Dragoon Custom Speaker, ditta fiorentina che ha creato un modello costruttivo di cabinet per strumenti che è riuscito a diventare un “must have” per i musicisti professionisti di moltissimi palchi di alto profilo.

 Da dove inizia la progettazione di un cabinet e quali sono le variabili da prendere in considerazione?

Sicuramente inizia dal considerare bene a quale strumento ci si riferisce e gli scopi e risultati a cui vogliamo arrivare. Intendo dire che non considerare cosa suonerà sopra ad un cabinet e progettarlo con regole di acustica standard crea un cabinet non adatto al mondo “strumento” chitarra/basso e a tutte le sue sfaccettature.
La storia dei cabinet da chitarra ci insegna che i cabinet sono nati fino ad oggi in due modi: a caso, o con finalità e regole che nulla hanno a che fare con la chitarra/basso.

Jim Marshall dichiara http://jimmarshall.co.uk/biography :

“I made the first 4×12″ cabinet in my garage workshop,” Jim continued. “There was nothing particularly brilliant about its design. I merely made it as small as I possibly could because of the transport the groups had in those days. That’s why it’s so compact.” And so the world’s first 4×12″ cabinet was born, but Jim wasn’t done designing yet.

Con il dovuto rispetto per un pioniere del Rock, e per un periodo ove un batterista che prende l’onda di un imprenditore americano (Leo Fender) riesce a mettere le basi per 50 anni di musica, la situazione era ben diversa da oggi. I bisogni dei musicisti, la stessa identità dei musicisti, gli amplificatori, i pickup, le chitarre, gli effetti, i generi musicali, le tecniche chitarristiche e bassistiche erano agli esordi e poco sviluppate, o meglio, evolute. In questo ambito l’intuizione del solo bisogno di esistere di un prodotto era la svolta. Come in un deserto aprire un botteghino di bibite fresche, risolvere il problema del chitarrista degli anni ’60 con una cassa per l’epoca abbastanza piccola e trasportabile e con più coni che sopportassero la potenza necessariamente erogata (in assenza di impianti voce potenti) è stato vincente. Da li però tutto si è evoluto, amplificatori, effetti, tecniche, stili, necessità e bisogni.
In una primissima pubblicità Jim scriveva accanto alle sue prime gloriose testate: “Finally a distrotion free amp!!” ed ancora ai tempi di Jimi Hendrix potevamo leggere “world’s most powerfull, distortion-free amplification equipment” http://www.voicesofeastanglia.com/wp-content/uploads/2013/04/Marshall-Amplifier-Advertisment.jpg .
Sembra assurdo ma il Padre del distorto pubblicizzava proprio l’opposto!! Che meraviglia un posto nel tempo in cui facendo una cosa un po’ a caso e con le idee non proprio chiare si entra nella storia di diritto!

Come dico sempre il Rock è evoluzione, e non sono stati i produttori ad offrirci nuovi suoni, ma soluzioni ai suoni creati anche per sbaglio dai musicisti! Sono stati i musicisti i forgiatori del loro suono ed i produttori lo hanno solo standardizzato e venduto.
Così appaiono i primi amplificatori a due canali, a tre canali, Hi gain, con loop effetti, equalizzatori etc etc…

Anche la famosa parte inclinata delle 4×12 lo “slant” nasce per motivi di ESTETICA!!

“The first 4×12″ cabinet I built was straight fronted and when I put the JTM45 head on top of it I thought, ‘That looks terrible!’ It just looks like a small box sitting on top of a bigger one, which is essentially all it was. Because of this I came up with the idea of putting an angle on the top half of the cabinet’s front. I did this so the top of the 4×12″ matched the dimensions of the head a little better and the two looked like they were made to go together. I wanted the package to look more designed. I wanted it to look neater and it did. We were really proud when we were finished.”

Per 50 anni, ed ancora oggi c’è chi lo fa e se ne vanta, si è copiato il “progetto” di Jim, senza rendersi conto che anche se questo andava bene all’epoca, oggi le cose sono un po’ cambiate ed è ridicolo nel 2015 copiare per l’ennesima volta una cassa nata poco meno di 60 anni fa.

Il secondo modo è ovviamente seguire regole e tecniche costruttive del miglior ambito teorico possibile, la fisica acustica applicata allo HiFi esoterico.
Quindi entrano in gioco regole ferree, e scopi ben lontani dal suono prodotto da un chitarrista elettrico.
Vi ricordo come sempre che la DISTORSIONE ha un accezione positiva solo in ambito chitarristico! Altrove è SATANA!
Se vi chiedessi ora a che frequenza vibra il La a vuoto della vostra chitarra mi rispondereste “440 hz”, giusto?

La buona notizia è che avete risposto come Paul Gilbert quando ho avuto modo di lavorare per lui e parlarci per un giorno intero mentre gli mostravo le bellezze della mia Firenze, quindi siete sulla buona strada per diventare un grande musicista! La cattiva notizia è che come lui vi SBAGLIATE!
Il La a vuoto della chitarra vibra a 110 Hz, ben 2 ottave sotto ai famosi 440 Hz che altro non sono che un riferimento convenzionale, una frequenza di riferimento in mezzo a tutti gli strumenti per permettere di accordare sia strumenti molto bassi che strumenti molto alti. La chitarra in più è scritta sul pentagramma in chiave di violino, ma è trasposta, non è un violino! Da qui erò la confuzione.
A me piace sempre immaginare l’ingegnere elettronico (ho fatto questi studi del resto) che incontra un chitarrista e decidono di fare una cassa insieme! Per prima cosa l’ingegnere raccoglie i dati e poi li applica alle formule e agli scopi che ben conosce. “A che frequenza lavori con la chitarra elettrica?” risposta: ” 440 Hz!”. In HiFi la distorsione è da evitare, la banda passante deve essere più ampia possibile e lineare che più lineare non si può. Risultato: una cassa che non ha molto a che vedere con la chitarra. Di fatti la chitarra elettrica ha una banda passante che va dagli 82,4 Hz del Mi basso fino ai 1.318,40 Hz del mi cantino al 24° tasto (il 440 Hz è il mi cantino al 5° tasto per la cronaca). 82,4/1.318,4 ben lontano dai 20/20.000 della banda teoricamente udibile dall’uomo! Anche se aggiungessimo aromniche sulle ottave basse ed acute per una banda 40/5.000 ci accorgeremmo che oltre a queste non vi è altro che ci interessa! Basta un analizzatore di spettro e controllare.
Non solo, il bello della chitarra elettrica è il carattere e questo non è dato dalla linearità di una risposta piatta (a proposito di piatto, il Flat su un ampli non è 5,5,5 e varia da ampli ad ampli), ma bensì da una risposta articolata ed imperfetta.
Il chitarrista modula, ritarda, distorce, equalizza, pitchia etc etc… quando sentite qualcuno parlarvi di suono naturale della chitarra, depennatelo dal vostro FB! Quale sarebbe il suono naturale della chitarra elettrica?? Da spenta? NOI non suoniamo la chitarra elettrica, ma suoniamo un “sistema chitarra elettrica”, ove è solo il risultato finale che definisce il nostro suono e non il mantenimento di una fantomatica naturalezza.

Come vedi, noi, non abbiamo seguito ne il primo ne il secondo modo, ma il nostro (come ha fatto Jim del resto!!). Il mio approccio non solo è tecnico, ma storico ed in prima persona di ricerca delle necessità musicali.
Sono banalmente partito dai bisogni e ho cercato le soluzioni che mi permettessero di sentire quello che avevo in mente. Per anni lavorando come assistenza su chitarre, bassi ed amplificatori (oggi sono 30 anni!) vedevo sulla strumentazione (quella da banco di elettronica ) i suoni che modificavo e riparavo, ma non riuscivo a sentirli sulle casse così come li vedevo!
Banalmente mi sono chiesto il perché e dopo aver battuto la testa sul fatto che non bastasse cambiare coni per risolvere, mi sono reso conto che l’anello debole era la cassa. Abbiamo quindi cercato di immaginare l’inimmaginabile, una cassa modulare, fatta da moduli piccoli, leggeri e performanti nel senso capaci di riprodurre il carattere di un sistema chitarra elettrica da cominciare dallo stile del musicista e del suo tocco ai più importanti  e ai più inutili componenti dei suoi effetti ed ampli e alla particolare risposta IMPERFETTA dei coni usati. Una cassa che enfatizzasse tutto ciò che era prima di lei perché di fatto è l’interfaccia tra la nostra strumentazione ed il nostro orecchio!
Noi abbiamo pensato una 4×12″ modulare ove i moduli necessariamente fossero 2×12″. Voglio dire che non abbiamo progettato delle 2×12″, ma dei moduli che in un sistema modulare appunto creassero delle 4×12″ innovative per resa, peso, trasportabilità e combinazioni possibili. Che poi il modulo in questione suoni tanto da essere valutato sufficientemente superiore agli standard da molti, provatelo in combinazione e vedrete il risultato che avevamo in mente.

In tutto questo il Rock è bello perché rende possibile tutto, se piace è bello, non importa se è corretto, non importa se sulla carta è migliore.

Quindi ci scostiamo molto dal determinare un progetto solo sulla carta. Io inizio fantasticando, lasciandomi andare, studiando, ascoltando, interpretando il più possibile, libero da preconcetti, non credo a nulla, verifico tutto e mi faccio un’idea personale della soluzione. Per questo le Dragoon sono tanto distanti dagli standard, perché non sono basate su quelli.

La formula? Un po’ di cultura (fate pure tanta che più ce ne è e meglio è), idee chiare, immaginazione, metodo scientifico. Mi sembro il Perozzi di Amici Miei “cosè il genio? fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione”.

Non voglio fare didattica, non voglio insegnare a costruire una cassa, se posso vorrei stimolare a creare.

 

 

Cassa svasata contro cassa dritta, quali sono le differenze che intercorrono tra queste due tipologie di costruzione?
Come detto la cassa svasata nasce per pura estetica, ma di fatto immette una variabile nel sistema. A parte l’evidente direzionalità verso le nostre orecchie a meno che non venga usata così come è stata “progettata” e messa in cima ad una pila di casse con la parte svasata rivolta ben più in alto delle nostre orecchie e quindi rendendola completamente inutile ed anzi rendendola meno efficace, e ne basta una 4×12 sotto alla svasata perché accada, abbiamo un  secondo effetto. Si viene a creare una cancellazione di fase tra le onde sonore emesse dai due piani inclinati ove sono montati i coni, il che crea un suono sempre più lontano dalla perfezione, ove quello che si perde aggiunge qualcosa in termini di pasta sonora. Una sorta di “gommosità”, di “impastamento” che eccita chi suona. Una 4×12 tutta piatta è più precisa, definita, una slant è più “ignorante” se mi passate il termine. Ci sono chitarristi che non vogliono la cassa rivolta verso le loro orecchie o comunque sopra metà schiena, quindi niente slant.

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Open back, closed back e semi-open back. Ognuna di queste permette una trasmissione diversa: quali sono i vantaggi e svantaggi di ognuna di queste?
Non parlerei di vantaggi o svantaggi, ma di opzioni. A me le Dragoon piacciono aperte, solitamente, ma in alcuni casi trovo comodo poterle chiudere per definire maggiormente il suono, “contenerlo”, renderlo meno agrressivo e più controllato. Come al solito ci discostiamo molto dai luoghi comuni che vogliono le 2×12″ aperte con meno basse di una 4×12″ chiusa… Niente di più falso. Quello che si confonde sono le basse con il “rimbombo”. Strutturalmente una 4×12″ chiusa standard tende ad andare in risonanza a rimbombare e quindi a fare “BOOOOM”, queste non sono basse controllabili. Il miglior aiuto che possiate dare alla vostra 4×12″ standard è abbassare il potenziometro delle basse sull’amplificatore. Io odiavo girare i potenziometri dei toni sull’ampli e non sentire grande differenza sulla cassa!! O peggio sentire “intufare” tutto, o diventare stridulo con quegli acuti penetranti e sgradevoli. Quindi abbiamo fcercato di fare una cassa che permettesse di sentire le variabili di regolazione degli amplificatori, che facesse ciò che gli si diceva di fare, non che si inventasse roba o peggio ancora non rispondesse ai controlli.
Il posteriore aperto permette di non “biassare” il cono con una volumetria di aria determinata, ma lo lascia libero di muoversi avanti ed indietro nella sua massima escursione e con maggior dinamica. Il cabinet chiuso invece (escluso il rimbombo ed lo zanzario altro fattore che ho sempre odiato ed ho eliminato dalle nostre creature) tende a comprimere, a definire, ad impedire al cono di “esagerare”. La Dragoon chiusa è molto apprezzata in registrazione da tutti gli studi che le usano perché migliora la chiarezza, l’intelligibilità del suono e la sua penetrazione nel mix generale. In fin dei conti sono gusti. Non diciamo, e mai lo abbiamo detto, che le nostre casse siano migliori; è la nostra formula, la nostra proposta, può piacere o no, di fatto risolve alcune, molte, problematiche (se le si sentono tali), ha una resa particolarmente articolata e generosa, ma questo non vuol dire che debba piacere di più.
Non c’è nulla di migliore al mondo, ma solo di più adatto a noi. La bellezza in se per se non è standardizzabile, noi cerchiamo il carattere, non la perfezione; quel “quid” che ti intriga. Di fatti amiamo chi è originale, chi ha creato la sua opera, non chi copia quella degli altri. Anche quando è strano od ambiguo preferiamo l’imperfezione, mi viene in mente la Gioconda di Leonardo od il Mosè di Michelangelo tanto per citarne alcuni. In una non possiamo dire che sia una bella donna… ma quel che, quel sorriso, lo sguardo penetrante…. l’altro è tutto torto!! E’ fuori proporzione perché Michelangelo l’ha scolpito due volte girandolo rispetto alla prima esecuzione. Una cosa da pazzi, ma funziona, da il messaggio, comunica, è vivo, dinamico.
Scusa la dissertazione OT, era solo per dire che noi musicisti dovremmo dare più attenzione a ciò che vogliamo comunicare invece che al modo, dovremmo dare molta meno importanza a certe cose e suonare suonare suonare… liberare la bestia.
Perché sul palco il pubblico non applaudirà perché abbiamo l’ultimo costosissimo pedalino di moda o perché ci siamo fatti un lavoretto home made sulla chitarra, lo farà se avremo veramente un bel suono e se saremo bravi a suonare e comunicare e questo lo si ha solo con una strumentazione essenziale di qualità e studiando, suonando più che si può, facendo l’unica cosa che serve, investire in se stessi come musicisti.

 

Cassa in fase e in controfase, quali sono le differenze che intercorrono e in che modo una cassa in fase e un altra in controfase possono convivere sullo stesso palco?
Non possono. C’è grande confusione al riguardo. Dipende molto da cosa concepiamo per fase. Fase elettrica o acustica? La fase elettrica è solo il modo in cui la corrente fluisce nella bobina di un altoparlante, questo poi si muoverà in avanti o in dietro a seconda appunto della fase che il flusso di corrente ha. La fase acustica invece è la relazione che c’è tra le varie fonti sonore in uno stesso panorama acustico. Esempio: due fonti sonore, diciamo due chitarristi, sono un a destra ed uno a sinistra sul palco, ma entrambe con le casse rivolte verso il pubblico. Ora se i sistemi fossero identici, ed intendo sin dal cablaggio delle chitarre fino alla cassa, avremo due suoni perfettamente in fase ovvero che comprimono e decomprimono l’aria nello stesso momento e nello stesse verso. Se invece uno dei due chitarristi avesse, o perché ha la chitarra cablata con una fase opposta, o avesse un amplificatore che a causa del numero e del tipo di stadi invertisse la fase rispetto all’ingresso, o avesse una cassa cablata in fase opposta al suo collega avremmo due suoni che, nello stesso momento in cui il primo comprime l’aria verso il pubblico, il secondo la decomprime e viceversa. In fisica 2-2=0, ovvero una forma d’onda di ampiezza X cancella una forma d’onda di ampiezza -X. Nell’acustica di una band no. L’aria attraverso la quale si diffonde il suono è un “fluido” le molecole compresse e decompresse creano delle correnti, si deformano, ma non si annullano completamente. Facendo così due segnali acustici contro fase l’un l’altro si cancellano parzialmente tra di loro, non completamente.
Questa parziale cancellazione crea un “impoverimento” del suono, che tipicamente perde medio basse e diviene confuso, nasale, intubato, anche dal punto di vista di direzionalità, no si capisce bene, ma c’è qualcosa che non torna. Ora se questa stessa situazione trovasse i due sistemi uno di fronte all’altro (tipo in sala prove) le onde acustiche sarebbero nuovamente in fase acustica tra loro rafforzandosi l’un l’altra. Quindi in fin dei conti non ci interessa la fase elettrica, ma la nostra fase acustica in relazione alla nostra posizione rispetto agli altri. E non ci interessa la nostra fase acustica quando suoniamo da soli, ma solo quando suoniamo in presenza di un’altra fonte sonora. Da soli che l’aria vada in un modo o in un altro non ci interessa, sentiremo allo stesso modo (con piccolissime e comunque non importanti variazioni).
Come si fa a sapere se siamo o no in fase con un’altra fonte? Semplice, lo si sente. Si suona da soli e se quando suona anche la seconda fonte il nostro suono sparisce o peggiora visibilmente, siamo fuori fase l’un laltro. Come si risolve la cosa? Semplice chi ha Dragoon sposta un jack! Di fatti una delle features uniche che offriamo è la gestione di fase di lavoro su TUTTE le nostre casse sia da chitarra che da basso ove le cancellazioni di fase sono ancora più critiche. Ad esempio un modulo 2×12″ Dragoon permette di collegaresi su 4 jack con 2 impedenze in mono (sia 4 ohm che 16 ohm) ed una in stereo 8 ohm + 8 ohm. Basta usare i jack subito sotto ai primi (gli X-Link) che queste combinazioni si invertono di fase di lavoro. Se non avete Dragoon o smontate la cassa ed invertite i collegamenti o vi fate un cavo cassa incrociato da portarsi dietro extra e da sostituire quando vi accorgete di averne bisogno.

 

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A che compromessi bisogna scendere per rendere una cassa oltre che ben suonante, facilmente trasportabile per un musicista in un epoca dove anche il peso del proprio gear è una cosa fondamentale?
Non so di cosa parli. Capisco che fino a 15 anni fa (se è questo ciò che intendi) il chitarrista o il bassista scegliesse casse piccole e leggere “accontentandosi” del suono con prestazioni inferiori ai sistemi più grossi e pesanti. Per noi non è così, non volevo accontentarmi, volevo casse piccole e leggere e che mi piacessero. In realtà la realizzazione del progetto Dragoon ha superato di molto le aspettative progettuali, ed a nostra stessa sorpresa la ricerca di una pasta sonora ha avuto come effetto collaterale anche una maggiore resa dinamica ed efficienza. Insomma noi proponiamo il nostro sistema, pensato per essere appunto contemporaneo ai nostri bisogni di spazio, trasportabilità, peso e resa.
Se intendevi dal punto di vista costruttivo, abbiamo accettato tutti i compromessi utili per farlo; non credo ai “no compromise”, mi sento preso per in giro come consumatore da tutti quelli che lo dicono o che ci si nascondono dietro per dire nulla.
Personalmente costruiamo in base a dei compromessi, per noi i migliori compromessi tra costi/ricavi/reperibilità/omogeneità di produzione/lavorazione/qualità/performance etc etc, sopra una certa soglia una qualità superiore non da risultati apprezzabili superiori, ma spesso invece triplica il prezzo e raddoppia i problemi.
La sola cosa che conta è il risultato e la sua durata.

 

La scelta dei legni influisce in maniera marcata o importa solo avere un buon cono?
Certo. La progettazione di una cassa è un’equazione con molti parametri; prenderli singolarmente non ha molto senso. Bisogna sempre oggettivare il parametro all’equazione globale. Lo stesso materiale con misure diverse o tipo di costruzione differenti da chiaramente risultati differenti. Sicuramente un buon cono da solo non fa la differenza. Il cono ha bisogno di una struttura che lo sostenga nel dissipare l’energia che gli forniamo. Addirittura reputo molto più importante la struttura del cono. Che centra, potendo usare buoni altoparlanti piuttosto che poco buoni a parità di sistema è meglio, ma se la struttura non sostiene il lavoro del cono le differenze saranno poco apprezzabili. Noi volevamo sentire le qualità di un cono al loro massimo, volevamo creare una struttura che permettesse di sfruttare al meglio le potenzialità dell’altoparlante montatovi, senza mascherarle.
Insomma tutto influisce, e lo fa in tal modo che non basta prendere un parametro e sostituirlo con il migliore sul mercato, non ha senso ed è ingenuo crederlo. Ci sono vari equilibri e lo sbilanciarli in fede di una qualità superiore non da sempre i risultati sperati. Noi usiamo un particolare tipo di multistrato che ha senso nella nostra formula. Stanziamo ogni anno un budget per la ricerca e sviluppo allo scopo di migliorare resa e costi. In 15 anni non siamo riusciti a trovare un sostituto che ottimizzasse i costi mantenendo per lo meno la stessa resa. C’è sicuramente chi penserà “se usassero massello di pincopallo”… e certo… vedi, quando un produttore italiano di casse dice che usa un multistrato si pensa che lo faccia per economizzare. A parte il fatto che esistono centinaia di tipologie di multistrato, ma lo stesso multistrato poi è usato dalla Gibson per i top delle 335. Vorrei chiedere ai sapientoni come mai su una 335 va bene usare un multistrato e su una cassa no? Vedo molto più importante il tipo di materiale di una cassa armonica. Forse non si erano accorti della cosa? Il web permette a tutti di dire la loro, ma purtroppo ne nasconde le reali esperienze e competenze e spesso siamo pieni di espertoni che fanno tutto nella vita tranne quello di cui parlano. A volte sembra basti la passione. Invece no, la passione da sola non fa ne la competenza ne la professionalità che si acquisiscono con il tempo, la serietà e l’esperienza.
Nel nostro ambito a volte si sente di “Pallino” specializzato in questo o altro e si scopre invece che è un ben più semplice incompetente globale che spaccia la sua unica competenza in specializzazione, come se un cardiochirurgo non avesse fatto medicina generale. Raccomando sempre di valutare con chi si ha a che fare, se vive di ciò di cui parla o no, se è o no competente, deontologicamente corretto, se il posto dove lavora è congruo a ciò che fa.
Troppo facile avere le soluzioni per tutto, ma non essere poi noi a metterle in pratica.

 

Scelta dei coni: la costruzione della cassa cambia in base al wattaggio e alla reattività di un cono in particolare?
In generale può avere senso, nel particolare della chitarra elettrica per noi no. In molti ci scrivono che secondo loro un V30 o un Greenback dovrebbero avere la cassa più così o più cosà, più grande o più piccola, più profonda o più alta e quando chiedo a quale scopo mi viene risposto per correggere quella o l’altra particolarità, per avere una risposta più lineare etc etc…. ripeto: a che scopo? Io se compro un Celestion Vintage 30 vorrei sentire un Vintage 30 non un Vintage 30 “linearizzato”, corretto… mi spiego? Abbiamo cercato invece di creare una struttura che enfatizzasse le caratteristiche dell’altoparlante usato senza correggerle per trarne tutto il carattere distinto. Lo so, le regole standard dicono che in base a determinati parametri si dovrebbe progettare con determinati volumi etc etc… Per ciò che riguarda la chitarra elettrica è tutta teoria di sistemi che nulla hanno a che fare con la chitarra elettrica. L’esempio Marshall è sintomatico. 50 anni a caso!

 

 

 

Distorsione da cono nelle casse closed back, è più un danno o un vantaggio?
Un danno, decisamente. Non ha senso avere “un buon suono” ad un volume spaventoso tale che mandi in distorsione un cono. La distorsione di un cono è fisicamente una deformazione del cono stesso che non riesce a sviluppare l’energia inviatagli, e meccanicamente è dannoso perché ogni qual volta il cono si deforma in questo modo tutta la struttura è sollecitata oltre l’estremo e le centrature delle bobine ad esempio, o le sospensioni vanno a farsi benedire, perché succeda poi vuol dire che vi si eroga molta più corrente di quella che la bobina possa sopportare per un determinato periodo. Un cono usato così ha vita corta. Alla Celestion ad Ipswich dove abbiamo avuto la fortuna di passare un intera giornata a visitare ogni meandro della ditta, hanno una stanza dove deliberatamente maltrattano gli altoparlanti fino a che non si rompono per testare le caratteristiche sia del cono che di nuovi materiali o tecniche di assemblaggio. Appendono i coni e gli danno potenza, TANTA potenza, fino a che addirittura non prendono fuoco!

 

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Antonio Cangiano

Antonio Cangiano

Antonio Cangiano: nasce a Torre Del Greco il 7 giugno 1991, comincia l’approccio allo strumento all’età di 17 anni per poi cominciare lo studio del suddetto pochi anni dopo. Discreta la sua esperienza live, ha militato come chitarrista in diversi gruppi cercando di variare quanto più possibile genere, piccole esperienze in studio gli hanno permesso di avere una discreta formazione nella registrazione e nel settaggio delle strumentazioni, utilizzando il bagaglio di esperienza acquisite sia in studio che live. Attualmente la sua competenza nell’ effettistica e nel routing gli hanno permesso di costruirsi un Rig pronto per molte esigenze, il suo compito nella redazione è la cura della rubrica Made in Italy e il rapporto con le aziende e gli artisti.

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