Il Fender Jazz per uno che ha iniziato a suonare facendo Punk Rock poteva essere poco meno grave di una bestemmia, almeno nel sound, più che nel look, visto che nel mio sottogenere andava forte anche il Mark Hoppus, eppure con l’avanzare della mia età ha iniziato ad esercitare su di me un certo fascino.
Nata nei primi anni ’60, il Jazz continua a dividere i più in giro sui forum, trovando però ancora un enorme spazio sui palchi e negli studi di registrazione.

Da anni ormai la Fender propone sul mercato numerose edizioni e riedizioni del J, ed è proprio di una di queste versioni che vi parlerò.
La serie Classic Series promette qualità USA a costi Mexico, infatti l’elettronica risulta essere condivisa con alcuni strumenti americani di un passato più o meno recente (American Series/Standard ’95-’03).

I miei trascorti con la serie Classic non sono del tutto positivi, per questo per anni avevo snobbato questo J e, per quanto la variante P, sia tra gli strumenti più apprezzati per qualità prezzo, non lo avevo mai considerato.

Perché? Perché pur essendo nobili le intenzioni di questa serie, come accennato sopra, non avevano in me un certo appeal, in quanto c’erano alcune stonature con l’autenticità delle annate che si volevano tributare. Prima su tutte la verniciature. Alla poli invece che alla nitro, per ovvie ragioni di costo, sul messicano. In termini di suonabilità, vero che per molti questo stile di verniciatura “ammazza” lo strumento, ma lo rende anche meno delicato agli “abusi” che un uso quotidiano potrebbero avere sull’estetica dello strumento. Ora siccome io non sono un musicista di professione, e non mi piacerebbe tenere in giro per casa strumenti al limite del marcio, una grossa importanza la infondo anche nell’estetica di uno strumento.

Con queste considerazioni, era ovvio che dovessi strizzare un occhio alla suonabilità e uno all’estetica. Quindi quasi subito via il lamierino di serie in favore di un high mass da me assemblato (con parti Wilkinson, e parti di hardware non a marchio) con sellette in ottone. Il tutto perché quella tensione conferita alle corde è il mio standard di riferimento, essendo il mio principale strumento un American Standard (che però offre anche la possibilità di ancorare le corde attraverso il corpo). Ma come fare per sentirsi meno in colpa sul lato estetico? Cover al ponte e al pickup al manico e via.
E visto che ero in ballo ho voluto tributare la mia annata di Jazz preferita, per quelli con manico in palissandro, la ’62 (anche se è noto che i pot concentrici siano in realtà antecedenti al ’62, per quanto ne voglia mamma Fender con i suoi vecchi American Vintage ’62). Come? Con elettronica assemblata in America (kit comprendente: Control Plate cromato a 3 fori, pomelli concentrici con controllo del tono in colorazione nera, 2 potenziometri CTS, 1 jack switchcraft, 1 condensatore ceramico .033µF e un .047µF, cavi stile Vintage della Gavitt)

 

 

 


Caratteristiche Tecniche

  • Corpo: Ontano
  • Colore: Nero verniciato alla poliuretana
  • Manico: Acero
  • Tastiera: Palissandro
  • Tasti: 21
  • Pickup: Fender Standard
  • Controlli: 2 volumi, 2 toni
  • Meccaniche: Reverse
  • Ponte: High-Mass con sellette in ottone
  • Capotasto: Plastica

Come è facilmente intuibile leggendo le caratteristiche, le uniche differenze che lo strumento ha rispetto alla versione originale sono i potenziometri concentrici e il ponte high-mass.


Considerazioni Estetiche

Il più classico dei Fender Jazz, non il più iconico (se consideriamo il sunburst di Jaco).
Nero con battipenna rosso tartarugato a 12 fori, con accesso per il truss al manico.
La verniciatura, non alla nitro, appesantisce un po’ lo strumento, ma nulla di insuonabile, a differneza di molti muletti fine anni ’90, metà anni ’00, periodo coetaneo a questa serie.

 


Considerazioni Sonore

Versatilità. Ho voluto non solo tributare il ’62 per un fattore estetico, ma anche funzionale, per permettere un ulteriore possibilità sonora, che se dosata bene, può soddisfare molto anche un Precisionista come il sottoscritto.

La suonabilità per me oramai è quasi imprescindibile dal ponte high-mass, si potesse avere anche lo string-trough sarebbe il massimo, ma non me la sono sentita di snaturare ulteriormente lo strumento, avendo fermo più o meno dal suo arrivo un corpo di un Americano del 2014.

Il basso si difende bene sia con chitarre in pulito che in distorto, digerendo bene pedali delle più svariate fasce di prezzo (su amplificatori da studio e rig più impegnativi, come una 2×10 su base 1×15).


Considerazioni Economiche

Devo ammettere che al prezzo di listino attuale dello strumento non lo avrei mai preso in considerazione, diverso il discorso se lo si riesce a prendere al prezzo di uno Standard MIM nuovo.

 


Considerazioni Finali

Forse non è il basso più moderno che possegga, e non essendo amante del Vintage in senso stretto, il fatto che fosse un mezzo tributo ha avuto un certo senso, soprattutto nella scelta di un altro strumento versatile per il mio arsenale. Attualmente è il mio muletto, ma lo si può considerare benissimo un primo strumento semi serio, per coloro che volessero passare dagli entry level a qualcosa di ben più impegnativo (almeno stando ai prezzi di listino).

Pro:

  • Versatilità
  • Ergonomia

Contro:

  • Peso


Note dell’Autore

Mi ci sono voluti 12 anni, ma alla fine anche un fanatico del P come il sottoscritto ha trovato il J che facesse per lui, seppur con qualche passaggio in liuteria.

Danilo D'Aponte

Danilo D'Aponte

Nato a Napoli il 18 ottobre 1987. Laureato in Linguaggi multimediali e informatica umanistica, inizia a suonare il basso in quarta superiore perché, come molti, invogliato dai chitarristi della scuola a coprirgli il ruolo vacante di bassista. Ascolta principalmente '90s Punk Rock negli anni delle prime band (2007-2010). Tramite Sting/Police vi si allontana allargando i suoi orizzonti musicali verso il Root Rock, alla musica acustica e all'Alternative, senza però disdegnare mai i primi ascolti. Nel 2017, con l'avvicinarsi della chiusura di altri suoi progetti di scrittura, entra nello staff di Italian Guitar Tube. A settembre 2017 la sua prima registrazione per un giovane cantautore napoletano.

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